Ai miei pazienti propongo sempre un brano da leggere e commentare
E, per non essere troppo autoreferenziale, questa volta mi sono dedicata a narrativa altrui ma che non fosse lunga o difficile. Mi è venuto in mente il Pranzo di Babette scritto da Karen Blixen (ma si chiamava Dinesen) nata nel 1885 e resa famosa in tutto il mondo per la trasposizione cinematografica del suo romanzo più noto e romantico, di matrice autobiografica, La mia Africa.
Anche il Pranzo ebbe una fortunata e premiata trasposizione cinematografica grazie a Gabriel Axel e distribuito dalla Mikado film. Interprete una bravissima Stephane Audran già nota in vari film di Chabrol.
Resta però un film d’essai per intellettuali, un film raffinato e intelligente.
Il senso del libro, rammento lo coglieva appieno. Cosa abbastanza difficile quando sono gli aspetti psicologici e non gli effetti speciali ad essere in evidenza.
La trama è di per sé semplice: una cuoca comunarda fugge dalla Rivoluzione francese dopo aver perso figlio e marito e, su raccomandazione di un amico cantante che, in tempi precedenti, si era invaghito di una fanciulla dalla voce nobilissima, giunge sino ad un grigio ed austero paesino norvegese dove costei e la sorella vivono frugalmente pregando tutto il tempo, essendo le figlie del defunto decano, uomo pio ma egoista .le figlie gli sono rimaste accanto dimenticando talenti e bellezza per condurre una vita morigerata e priva di scosse, chiuse in orizzonti assai ristretti e in mezzo al malcontento di paesani Illividiti da una vita sempre uguale.
Babette si adatta all’ambiente. Lei grande cuoca cucina per le sorelle piatti modesti. Nel riserbo e nel silenzio.
Finché… finché l’amico che per lei gioca la lotteria ogni anno le comunica che è divenuta ricca. Ha vinto diecimila franchi.
Babette non se ne va per riprendere in mano la sua vita come ci si aspetterebbe, come si aspettano le buone sorelle Filippa e Martina.
No: pensa di investire l’intera somma vinta in un pranzo mai immaginato da quelle parti
Un pranzo come fosse ancora la chef al Cafè Anglais di Parigi.
La visione orgogliosa e paradossale della cuoca-grande artista- trionfa sul grigio del quotidiano, sulle miserie delle chiacchere di paese, rendendo tutti migliori perché tutti per un attimo incontrano il sublime.
Il cibo ottimo e ben cucinato dispone positivamente anche gli animi più ostici. Lo si sa.
Lo sanno coloro che organizzano incontri internazionali, ospitano capi di stato.
Tuttavia Babette non vuole entrare in merito nelle beghe di paese,né vuole “candidarsi” neanche lo fa per gratitudine verso le brave donne che l’hanno ospitata da anni. Su questo è molto chiara “l’ho fatto per me”. Il trionfo dell’arte, della bellezza sulle miserie umane, sulla caducità, sulla quotidianità grigia, gretta e spenta di quei giorni e dei nostri ancor di più.
Un’artista grande non si esibisce per far piacere al pubblico anche se è dall’approvazione del pubblico che nutre la sua vita. Quando lo fa, lo fa per se stesso. Perché in quel momento il suo potere visionario è tutto ciò che importa, la ragione di esistere.
Filippa, la grande cantante mancata, deve ben rendersene conto poiché ripete a Babette abbracciandola tra le lacrime, la frase che il suo ammiratore le scrisse
“In paradiso sarete la grande artista che Dio ha inteso foste. Oh come incanterete gli angeli !”
Karen lo scriveva, allora, anche a se stessa.