
Quando ero piccina l’unica motivazione che mi spingeva a camminare era il raggiungimento della cappella della cioccolata. Escamotage ideato dalla mamma per indurmi a compiere il tragitto senza proteste.
Naturalmente il premio anelato si manifestava puntualmente di fronte ad una della cappelle raffigurante la vita della Vergine in quel di Oropa, santuario biellese che celebra La Madonna Nera ( nelle cappelle è bianca) attraverso una teoria di piccoli santuari sparsi nei punti strategici lì’ attorno.
La passione per la tavoletta marrone era tale da annullare la fatica e la noia per un pellegrinaggio che allora per me non aveva senso.
La passione per il cioccolato è condivisa da molti, moltissimi. Credo la maggioranza delle persone.
Già in tempi antichi in forma di bevanda (theos broma- bevanda degli dei -secondo Linneo) – seppur amara – era considerato prelibatezza nobile e raffinata. E’ noto come le civiltà mesa e sudamericane ne fossero assolutamente consapevoli tanto che Montezuma regalò( ingenuamente) all’avido Cortez una piantagione di cacao in segno di amicizia e alleanza.
Più tardi, nell’Europa del settecento, il cacao in tazza divenne la bevanda da offrire in segno di considerazione verso l’ospite ma soprattutto come evidente emblema dell’ospitante: bevanda esotica e sensuale, richiesta erotica elegante ma esplicita “Gustate una tazza di cioccolata con me, signora?” domanda il perfido (interpretato da Tim Roth) alla bella che dovrà soggiacergli (Uma Thurman) nel lussuoso film dedicato a Vatel (Gerard Depardieu), infelice cuoco del Re Sole.
Fu la tavoletta a posteriori a celebrarne il mito. Il cioccolato lo raffiguriamo nella nostra mente così.
La serotonina che evolve sin dal suo apparire svestito della carta dorata vale tutte le terapie contro la depressione. Le sue componenti sono infatti la teobromina e la fenitelamina che hanno un effetto lievemente galvanizzante. Il film Chocolat interpretato da Juliette Binoche e Johnny Depp tratto dall’omonimo romanzo ne celebra l’essenza. Il cioccolato come potere delle sensualità sulla bigotteria.Tutto il paese viene sconvolto dall’arrivo della sensuale signora e soprattutto dai suoi cioccolatini . Quelli al peperoncino che lei offre ammiccando sono diventati un must irrinunciabile anche per alcune note case dolciarie. Per aggiungere un po’ di pepe alla vita, appunto.
Cristoforo Colombo ci fa conoscere il cacao nel 1502. nel 1647 a Londra si può masticare.Gli olandesi ne detengono –comunque-il mercato.. La prima fabbrica sorge in Francia nel 1770 .Monsieur Cailler lo rende svizzero per eccellenza a Vevey inventando la stecca mentre Van Houten in Olanda produce il cacao solubile senza aggiunta del grasso del burro cacao, indispensabile alla forma solida.La Lindt ce lo presenta nella forma rettangolare a cui siamo abituati.Caffarel con i suoi gianduiotti a Torino con l’aggiunta delle splendide nocciole del Piemonte risparmia sul cacao in tempi difficili e ci regala così una specialità mai tramontata. I sensuali baci Perugina nascono nel 1922 nell’omonima città.
Il cioccolatino più venduto al mondo sarà però il Rocher della piemontese Ferrero, già campione con la Nutella spalmabile, dove ancora le nocciole detengono un ruolo determinante.
Il cacao si presenta in vari gradi di eccellenza. Il Criollo lo costituisce per antonomasia.
Proviene dal Venezuela: 20, 30 chicchi in un baccello rosso viola. I semi sono translucidi. La fermentazione prevede 2 o 3 giorni. L’esposizione al sole su di un letto di foglie. L’albero è molto fragile. Costituisce appena il 5/10 % della produzione mondiale dal 1634.
Il Forastiero ha la sua provenienza in Equador, Rio Guayas, rappresenta l’80 % della produzione mondiale. Il bacello è giallo/ verde di forma irregolare. I semi sono di color castano rossastro. Fermentazione e seccata vengono realizzati in simultanea. Tra i Forestieri il migliore è denominato Arriba.
Un’altra qualità d’eccellenza è costituita dal Trinitario che giunge appunto da Trinidad ed è una mescolanza di Criollo e Forastiero.
E’ calorico o no. Spesso i nutrizionisti si contraddicono. Sì, mangiatene ma solo fondente. Attenti al cioccolato al latte, al bianco, tutto burro cacao. No. No anche il fondente è pericoloso per la linea. Con buona pace della Santa Pasqua, delle squisite Uova il cioccolato può essere veicolo di dolcezza in altro senso però. Sono assidua frequentatrice di un chococlub a Vigevano, sorto in un vicoletto adiacente alla magnificente Piazza Ducale. I gestori sono Davide, ex avvocato e Daniela, ex dirigente e ciocco – dipendente da sempre. La sorella Adriana è l’elemento genuino e caloroso che agisce e accoglie in un negozio che ti induce ad entrare direttamente nell’involucro di un cioccolatino, pregno di ogni ben di Dio. La cioccolosa Daniela dai neri occhi all’insù, autoproclamatasi principessa del cioccolato, immersa in un vasto abito bianco tempestato di praline, ne fa dono annualmente ai bimbi dell’Ospedale per l’Infanzia Gaslini di Genova. Tanta dolcezza reca una punta d’amaro. Il cacao lo è amaro, amarissimo… Ma non scrivo del suo aroma. Il cioccolato è spesso il prodotto finito che porta ad altri bimbi che raccolgono le sue preziose e vischiose bacche in condizioni di grave sfruttamento Avviene in un’altra zona del mondo dove si produce il cioccolato commerciale: il centro Africa che corre dalla Guinea alla Sierra Leone. Uno sfruttamento invisibile che concerne bambini dai 5 ai 14 anni. Ai genitori viene promesso dai trafficanti che il lavoro dei bambini sarà reso in forma di istruzione. Una bufala ovviamente. Anita Sceth, presidentessa di Save the Children ne ha ampiamente parlato a Perugia nell’ambito del progetto Cioccolato positivo. E, positivamente, consideriamo che un disegno imperscrutabile origina da questa tremenda realtà un ponte dolce amaro di solidarietà per recare gioia agli sfortunati bimbi dell’ospedale genovese.