La voce è un dono: preserviamola

Nel caos di babele… riconosco il tuo canto

,questo il titolo del convegno svoltosi in un clima di simpatica accoglienza a Volterra il 28 e 29 ottobre in collaborazione con Usl Toscana 5 che trattava il tema dell’utilizzo della voce nell’ambito della disabilità mentale in tutte le sue varianti. Non ho seguito sino in fondo il convegno a causa di ulteriori impegni, tuttavia ho dedicato la mia presenza al giorno 28 nella sua completezza.
Un elogio va senz’altro al lavoro del professor Alessandro Calò, mente organizzativa del progetto e del concerto finale con i disabili in scena. Colpiva maggiormente l’assoluta dedizione di chi si occupa di un ambito delicato e difficile e impone una disponibilità incondizionata. Un clima lontano dai convegni a cui sono abituata dove si parla, quasi sempre, di risultati scientifici e pochissimo delle necessità del paziente.
Il tema  del convegno verteva sull’interazione marcatamente psicologica e relazionale  della voce e del canto nella riabilitazione mentale visti da una prospettiva musicoterapeutica che notoriamente (lo psicologo Benezon docet) privilegia questi aspetti. Moderatore dell’evento era lo psichiatra Annibale Fanali che ha condotto con garbo e puntualità il dipanarsi dei diversi interventi, raccontandoci che la voce comunica quando esprime.
Tra i vari interventi mi pare interessante la voce che cambia nella malattia mentale del dottor Manarolo, l’esibizione dell’attore Calastri che, mutando la voce, ci mostra il risultato  pratico dei punti di fonazione, il commiato un po’ nostalgico della musicoterapeuta che va in pensione con una carrellata  su canti e suoni che accompagnano la vita sino alla morte anche se l’accostamento del bellissimo frammento di Monteverdi, il lamento d’Arianna, alle prefiche salentine con le loro voci strazianti (alla lettera) litigava con il mio senso estetico. Gli argomenti trattati trovano una sinergia assoluta nel mio saggio “Voce, strumento di comunicazione e terapia“ edito dal Centro Editoriale Imperiese per quanto riguarda il capitolo psicologia della vocalità.
Le amusie, il toccante contributo dell’associazione Gli Amici di Luca da Bologna, la dott.ssa Lopez  dell’istituto Mariani di Milano che tratta di neuroscienza e musica e invita i musicoterapisti a evidenziare con parametri scientifici il loro lavoro.
La funzionalità della voce è stata lasciata alla mia competenza.
La voce, per essere cantata e per essere poi utile alla parola come avviene per la terapia vocale  da me creata, rivolta  alle patologie di cui mi occupo: morbo di Parkinson, Sclerosi Multipla, Corea di Huntington (non in fase evolutiva), prevede un utilizzo cosciente, sistematico dell’abilità vocale da parte del paziente, il quale viene reso consapevole del funzionamento e utilizzo della propria voce in modo da poter efficacemente contrastare il progredire della malattia, almeno fin dove è possibile. Secondo un criterio fono psico motorio che esula da una funzionalità solo meccanica per fornire al paziente quei mezzi prosodici che lo rendano empatico.
In primavera ho assistito ad un corso intensivo del prof. Fussi, il foniatra  specializzato nella voce artistica, direttore dell’istituto audiologico di Ravenna. Il corso s’intitolava “La consapevolezza del canto”.
Ad un certo punto intervenivano dei filmati che proponevano l’intervista a due personaggi del mondo musicale, un celebre cantante lirico e una cantante di musica leggera nota ai giovani.
Il cantante lirico, per tutta l’intervista, illustrava confusamente il funzionamento della muscolatura definendo con convinzione “il faringe“.
La giovane cantante, confessando di non aver mai frequentato una scuola di canto, raccontava che, in seguito a problemi intercorsi a forza di cantare senza uno studio specifico, si era rivolta ad una logopedista. Ciononostante capiva che qualcosa non funzionava e intendeva prendersi un periodo di “aspettativa” per capire che fare della propria voce.
In effetti la cantante, benché intonata e dotata di una  voce robusta, canta in un modo assolutamente rigido, senza la minima modulazione, secondo parametri logopedici, appunto.
Il professore, con equità, non risparmiava nessuno. Citava una persona con la voce ritrovata grazie ad un bravo logopedista che si esprimeva espirando rumorosamente tra una frase e l’altra.
Questi esempi non erano frutto di sottile ironia ma mostravano chiaramente che nelle persone, anche nei professionisti del canto e della voce in generale, manca spesso la consapevolezza profonda  di tale materia. Quella consapevolezza che serve a produrre una voce gradevole ed empatica all’ascolto.
Il saperla gestire sulla base di uno studio attento senza affidarsi
alle sole doti naturali per quanto possano essere interessanti. Uno studio che sia pratico e scientifico: Saper gestire il“mestiere” per la cantante di musica leggera e sapere che cosa c’è dietro al mestiere per il cantante lirico. Chi non lo fa  a scopo professionale come i degenti del convegno volterrano, ad esempio,  canta perché  questo lo rende felice. Ma se si canta spesso, senza sapere che il canto è una scienza basata su muscoli e nervi che necessitano di perfetta sincronia tra loro, quella voce che noi usiamo verrà danneggiata anche in modo grave. La nostra gioia rischia di essere di breve durata.
Lo sarà anche se la usiamo per parlare semplicemente per lavoro. Lo sanno bene oratori ed insegnanti. Le categorie che maggiormente corrono questo rischio.
Per curare la voce dei malati di Parkinson è praticato in America già da anni e in Italia da qualche anno un metodo che si chiama Silvermann. Lo cito nel mio saggio.
Nato  per motivi umanitari da  una neurologa che lo approntò per aiutare un suo paziente, Silvermann, appunto, che le chiedeva aiuto. Il metodo prevede che il paziente sia indotto ad urlare. Probabilmente così il malato sfoga psicologicamente il suo malessere interiore.
Tuttavia, al di la del fatto che è difficile indurre una persona ad urlare spontaneamente va considerato che occorre sapere come urlare esattamente come lo saprebbe fare un cantante o un  attore di prosa ben preparati, senza danneggiare le corde vocali in modo serio  rischiando la formazione di noduli dovuti a sfregamento.
“Mi raccomando non urlare mai, non parlare a voce troppo alta  finchè non saprai davvero come trattare la voce” mi raccomandava la mia insegnante di canto.
La voce, questo suono che ci viene dalla natura, da ciò che siamo fatti, dai nostri muscoli, che includono in primis quelle lamine più o meno lunghe che definiamo corde vocali, dalla forma del nostro viso, dalle nostre potenzialità pneumofoniche.
Ma anche dal nostro ambiente, la nostra inflessione, la nostra personalità nella sua globalità.

Ambra Noè

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